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La nascita dell'individualismo industriale in Inghilterra

Storia di una grande trasformazione nella storia dell'umanità

20/07/2015, 15:27 | Età moderna e contemporanea

In Inghilterra il processo di transizione verso  l’universo industriale e capitalistico si avvia già durante la dinastia Tudor. I teorici del cambiamento e i suoi fautori scordarono l’arte del buon governo accantonando i principi filosofici alla base della salvaguardia del benessere delle comunità. Il primo atto di rottura col vecchio mondo è la legge sulla recinzione delle terre d’uso comune. Gli agri sono sottratti alla coltivazione in favore dell’allevamento, l’agricoltura si concentra in grandi latifondi coltivati intensivamente, mentre altri campi sono adibiti alla coltivazione di erbe mediche e quadrifoglio. Qui pascolano e si nutrono le bestie, in modo da non danneggiare i campi coltivati.

La concimazione non è libera, gli escrementi degli animali vengono raccolti e distribuiti razionalmente sulla superficie coltivabile. Nasce una spirale economica positiva: si produce lana e la si da agli ex contadini – ora fittavoli – affinché sia lavorata. Nei centri laniferi trovano impiego gli ex artigiani. Il fenomeno delle recinzioni è accompagnato da abusi, violenza e prepotenze di nobili e ricchi. Karl Polanyi, antropologo ed economista, interpreta il fenomeno delle enclousures  come “una rivoluzione del ricco contro il povero”. Le campagne si spopolano, non tutti i contadini son assorbiti nel nuovo sistema produttivo. I braccianti divengono mendicanti, i mendicanti vagabondi, malviventi, ladri. Prima Somerset, poi Strafford e Laud, all’epoca di Giacomo I, colgono l’essenza del problema. Spingono per l’abolizione delle leggi a favore delle recinzioni ma son messi fuori gioco. La loro uscita di scena favorisce l’ascesa al potere di un parlamento in accordo con i recintatori. “Il governo della corona fece posto al governo di classe, la classe che guidava il processo industriale e commerciale”.

Ogni trasformazione ha una direzione e un ritmo. Le comunità devono adattarsi gradualmente alle novità, un ritmo troppo accelerato può far crollare società intere. Per Polanyi la più grande trasformazione è l’istituzione del libero mercato autoregolato. Adam Smith sostenne che fin dall’età della pietra l’uomo è intrinsecamente propenso allo scambio, al guadagno, al profitto. Polanyi confuta le tesi smithiane: le società tribali son fondate sui principi di reciprocità e redistribuzione. Gli scambi sono interpretati come doni spontanei offerti a un'altra famiglia-comunità-popolo che vanno ricambiati. La redistribuzione –anche se asimmetrica– è presente anche nel mondo antico e medievale. Nel mondo antico si pagano tasse, nel mondo feudale si versano decime e si prestano corvée. I beni raccolti permettono il mantenimento della parte non produttiva della società, apparato amministrativo, clero e milizie. Reciprocità e redistribuzione, ma anche oikonimia , non plasmano le società sui propri principi ma sono parte di esse. Il mondo inglese post rivoluzionario del XVII secolo assume invece (artificialmente) una struttura modellata sull’economia industriale e di mercato. Rapidamente i mercati si fondono in un unico mercato autoregolantesi, si applica il principio di divisione del lavoro e viene introdotta la moneta negli scambi.

Secondo Polanyi i mercati nazionali non nascono dalla fusione dei mercati locali ma è il commercio internazionale che spinge l’uomo a scambiare e guadagnare, non una propensione naturale al baratto. Il commercio di Amburgo, Venezia o Londra ha poco di tedesco, italiano o inglese e le campagne –espressione delle realtà locali– rimangono fuori da ogni schema di mercato su vasta scala. Nel mondo medievale il commercio tra le città vicine era limitato e controllato per impedire l’unificazione dei mercati. Le nuove rotte atlantiche, la centralizzazione del potere tipica degli stati moderni e le esigenze di organizzazione militare portano alla repressione dei particolarismi feudali e municipali.
Il fenomeno fu il flagello delle corporazioni di mestiere in Francia e il germe dell’industrializzazione delle campagne in Gran Bretagna. Nonostante tutto –spiega Polanyi– è il modello di cittadino autarchico a prevalere. “L’agricoltura viene integrata con il commercio interno attraverso un sistema di mercati relativamente isolati e del tutto compatibile con l’economia familiare ancora prevalente in campagna”. In non troppo tempo però la grande trasformazione investe ogni aspetto della vita. Lavoro, terra e moneta divengono merci e in quanto tali sono ‘in vendita’ nel sistema di mercato. Gli effetti di queste scelte sarebbero stati nefasti senza le contromisure prese per attutire la spinta propulsiva del cambiamento. I piccoli proprietari e gran parte degli artigiani divengono salariati ma la paga è bassa. L’iniziale attrazione per le città e per il mercato del lavoro è seguita da un ritorno alle campagne. Nel decennio successivo alla  guerra dei 7 anni (1763) un ventennale ciclo economico negativo fa esplodere i problemi di sovrappopolamento e povertà e nonostante i sussidi garantiti a poveri e disoccupati si delinea una stagione di fibrillazioni e tumulti erede di quella che era stata la rivoluzione francese. Polanyi cita il Gilbert’s Act del 1782, un provvedimento legislativo che istituiva l’unione di parrocchie per trovare lavoro ai fisicamente abili, condannando poi la successiva Speenhameland Law. L’emendamento impone una legislazione atta a integrare le paghe di coloro che non raggiungono un reddito minimo per la sussistenza di se stessi e del proprio nucleo familiare. È una forma di assistenzialismo poco proficua in quanto il salariato non è invogliato a produrre e il datore di lavoro tende ad abbassare gli stipendi facendo leva sulla grande disponibilità di manodopera e sull’intervento statale. L’ideologia alla base di questi tipi di legislazione risiede nel principio del bisogno. Il diritto alla sussistenza deve essere universale; questa corrente di pensiero si scontra però col principio di autoregolazione del mercato teorizzato in primis da Adam Smith e osannato dal nuovo ceto dirigente liberale, proveniente in buona parte dalla classe imprenditoriale. Il problema dei poveri è grave. John Bellers, Jeremy Bentham e Robert Owen propongono delle soluzioni che si riveleranno però circoscritte nello spazio e nel tempo mentre lo stato non  trova soluzioni per il pauperismo e molte industrie prendono il suo posto. Dando lavoro ai poveri e ai bambini  il problema dei poveri cessa di essere un onere per uno stato ora intento alla concretizzazione un’idea pericolosa: eliminare le leggi elisabettiane e considerare il lavoro una merce, abbandonandosi alle leggi della natura. L’idea si concretizza con le New Poor Law  del 1834.

La soluzione è la non soluzione, la sanzione fisica della miseria è fame, è morte. Il divario tra proprietari e salariati continua a crescere. “Robert Owen ci aveva visto giusto: l’economia di mercato, lasciata a un’evoluzione secondo le proprie leggi, avrebbe creato mali gravi e permanenti”. Nell’ottica liberista uomo (col lavoro) e terra (con affitto e cessione di agri) devono essere trattati come merci soggette al meccanismo di domanda-offerta. Anche la moneta è una merce e il suo valore è stabilito in base alle riserve auree di ogni stato. Owen ritiene necessaria una legislazione che regoli il mercato del capitale. Il modello capitalistico genera nuove classi: produttori e working class (salariati). Ogni classe cerca di tutelare i propri interessi. Polanyi spiega la fallacia insita in un tentativo di lettura delle dinamiche sociali a partire dagli interessi di ogni singola classe. Anche in contesti puramente economici appaiono in primis le esigenze comuni all’intera società (sussistenza, igiene, salute, sicurezza, cultura). La grande scoperta degli storici –contro ogni pretesa dei liberali liberoscambisti– sta proprio nel considerare l’economia come immersa nei rapporti sociali e non fondante degli stessi. Capitalisti e industriali ascendono al potere  entrando nella leadership politica e dando vita a governi liberali. Le classi lavoratrici in trait-d’ union con la vecchia aristocrazia innescano meccanismi di difesa. In che modo? I feudatari propongono un ritorno al passato –timorosi della perdita dei propri privilegi corrispondente all’applicazione del laissez-faire–  e le menti operaie iniziano a incubare idee comunitarie e protosocialiste. Non si tratta di un modello scientifico ma di una difesa e di una reazione dell’uomo a un così repentino mutamento del tessuto sociale. L’uomo rischia di perdere la sua identità nella civiltà delle macchine. Il mercato del lavoro implica migrazioni e migrando si rompono i legami familiari e si perde la propria identità culturale. Le istituzioni locali si disintegrano conseguentemente all’introduzione forzata di un assetto istituzionale indispensabile all’economia di mercato. La crescita di produzione e salari –dimostrata dai dati statistici– non può colmare l’enorme vuoto culturale creatosi; il capitalismo agrario dell’epoca Tudor evolve nel capitalismo industriale del XVI e XVII secolo culminando nelle grandi città industriali e nella creazione dei mercati nazionali. Il feudalesimo non soccombe definitivamente perché si erge a protezione delle strutture fondanti delle comunità sconvolte. Nella lotta contro il libero mercato della terra, esercito e alto clero si coalizzarono in appoggio all’aristocrazia fondiaria. Il modello capitalistico pretende pace sociale e anche se nel 1797 ci son pochi tumulti, poche rivolte isolate possono mettere a rischio il sistema di mercato. L’applicazione delle Poor Law non è che il primo passo verso le catastrofi del XX secolo.
 

Com’è possibile che un tale modello sia sopravvissuto fino alla crisi del 1929?
L’equilibrio internazionale espresso da grandi alleanze e accordi tra stati resiste fino alla grande guerra. La base aurea internazionale garantisce un rapporto condizionato tra moneta e riserve auree e lo stato liberale -espressione dei capitalisti- mantiene il controllo degli stati. Il drastico punto di rottura è rappresentato dalla nascita del mercato autoregolato. Introdotto con ‘atti di forza’ dai governi -e non espressione di leggi naturali- è considerato da Polanyi pura astrazione degli economisti e distruttore dell’essenza umana. La transizione verso il libero mercato non fu affatto un percorso indolore ma un processo imposto da stringenti leggi dei parlamenti. Il conflitto tra protettori della società tradizionale e fautori del libero mercato porterà alle catastrofi del ‘900. Polanyi ripercorre le varie fasi che hanno portato ai conflitti mondiali e coglie una contraddizione insita nella politica: la contrapposizione tra spinte liberiste della borghesia e spinte conservatrici degli stati. L’ordine naturale teorizzato dagli economisti è pura astrazione. Il principio del lento sfibrarsi di un equilibrio mai raggiunto è molto anteriore alla Grande Guerra.

Fonte: Karl Polanyi, La Grande trasformazione

Ignazio Angelo Pisanu

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