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L'abolizione della pena di morte nel Granducato di Toscana

Il granduca Pietro Leopoldo e la modifica del codice penale toscano

15/06/2016, 10:23 | Età moderna e contemporanea

“(…) può egli albergare questa inutile crudeltà stromento del furore e del fanatismo o dei deboli tiranni? Le strida di un infelice richiamano forse dal tempo che non ritorna le azioni già consumate? Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini e di rimuovere gli altri dal farne uguali. Quelle pene dunque e quel metodo d’infliggerle deve esser prescelto che, serbata la proporzione, farà una impressione piú efficace e piú durevole sugli animi degli uomini, e la meno tormentosa sul corpo del reo”. Cesare Beccaria, dei delitti e delle pene.

Nel 1764 il milanese Cesare Beccaria pubblica l’opera dei delitti e delle pene. Il filosofo Lombardo, animato dalle idee illuministe diffuse negli ambienti letterari dell’epoca esprime una profonda critica condannando la prassi giudiziaria del suo tempo. Attacca in particolare l’uso della tortura e della pena di morte. Il punto di partenza è individuato nell’errore di valutazione spesso riguardante la misura delle pene. Il fine delle pene non dev’essere quello di annichilire il reo bensì quello di impedirgli di poter ancora nuocere individui e stato. La morte e la tortura son dunque discreditate. Beccaria propone in loro sostituzione l’ergastolo e i lavori forzati. Il principio di pena è accompagnato dall’etica della rieducazione.  Esistono però delle eccezioni: “io non veggo necessità alcuna di distruggere un cittadino, se non quando la di lui morte fosse il vero ed unico freno per distogliere gli altri dal commettere delitti, secondo motivo per cui può credersi giusta e necessaria la pena di morte”. L’opera, letta da Voltaire e dalla cerchia dei philosophes illuministi Francesi è considerata un capolavoro. Non pochi sovrani tardo settecenteschi applicano in parte o integralmente i consigli del Beccaria modificando i codici penali. Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena, granduca di Toscana, emana un codice legislativo illuminato. Il futuro imperatore Austro Ungarico abolisce tortura, mutilazioni, confische arbitrarie di beni e, per primo in Europa, la pena di morte.   Il codice leopoldino contiene una legge di riforma criminale emanata a Pisa il 30 Novembre 1786.
“Siamo venuti nella determinazione di non più lungamente differire la riforma della Legislazione Criminale, con la quale abolita per massima costante la pena di Morte, come non necessaria per il fine propostosi dalla Società nella punizione dei Rei, eliminato affatto l'uso della Tortura, la Confiscazione dei beni dei Delinquenti, come tendente per la massima parte al danno delle loro innocenti famiglie che non hanno complicità nel delitto”

L’atto di enorme rilevanza giuridica, storica ed etica di Pietro Leopoldo inaugura un epoca di riforme giudiziarie mai vista in passato. La rivoluzione francese e la conquista dell’Italia da parte di Napoleone porteranno a un’abolizione del codice penale leopoldino, rimesso in vigore solo un decennio dopo.
30 Novembre 1786, il Granducato non indosserà più l’abito nero del boia. Pietro Leopoldo è un eroe del riformismo. L’evento ha una portata mediatica incredibile, giunge fino a noi. La Toscana innalza questo giorno a sua festa regionale.

Ignazio Angelo Pisanu

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